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Mi permetto di riportare una lettera che ho ricevuto questa mattina da Lara Mattarello, laureatasi in Fisioterapia nel 2002 all’Università di Padova. Assunta a tempo indeterminato presso il reparto di Fisiatria dell’Ospedale Sant’Antonio,  lasciò quel posto per andare a Battambang, Cambogia dall’Ottobre 2008 ad Aprile 2009, presso l’Ospedale per vittime civili di guerra gestito dall’organizzazione non governativa italiana “Emergency”. Grazie alla conoscenza della sua storia, nel 2010 organizzai con la collaborazione dei progetti formativi dell’ULSS 16, un Convegno sulla Cooperazione Iternazionale, perchè si potessero portare in luce le esperienze silenziose di quanti operatori sanitari si prodigano in Sierra Leone, Kenya, Brasile, Etiopia, Cambogia, Tibet… Oggi Lara è a Kabul e  questa sua testimonianza  in un mondo disperato di violenza che consideriamo lontano perchè non lo vediamo, non lo conosciamo, urla alle nostre coscienze…un urlo che è anche di speranza!

Kabul 20 settembre 2012. Ieri l’altro una donna si è fatta esplodere con la sua auto sulla strada che porta all’aereoporto. Obiettivo: un minibus di stranieri. Risultato: 12 morti. Movente: protesta al film anti-islamico “L’innocenza dei musulmani” che ha incendiato il medio oriente e il nord africa.
Sono arrivata a Kabul ieri, lasciandomi Lashkargah alle spalle. Ma non riesco a lasciarmi alle spalle tutta la violenza che ho visto in questi mesi. Non riesco a rimanere indifferente davanti un paese che combatte una guerra ufficiale, quella tra Governo Afghano sostenuto dall’ISAF contro i talebani, e una ufficiosa, ben più crudele, quella all’interno della popolazione, dei villaggi, delle stesse famiglie.Provincia dell’Helmand, nel sud del Paese: violenza dettata da anni di guerra, ma non solo. Qui la maggior parte della gente non muore di fame, grazie alle immense piantagioni di papaveri da oppio e alle numerose Ong che offrono lavoro a stipendi abbastanza remunerativi. A mio avviso la piaga di questa popolazione è che considerano la violenza parte della quotidianità e l’unica via per risolvere i problemi. Allora ecco che se due vicini di casa litigano per un metro di terra partono granate e kalashnikov, se tre fratelli litigano per un vestito iniziano a bastonarsi fino a uccidersi a vicenda, se una donna sbaglia qualcosa il suocero la bastona fino a farle perdere una mano, se uno di due amici striscia la macchina a un’altro si accoltellano fino a far uscire l’intestino dall’addome. Sì, è vero che la maggior parte dei nostri pazienti sono civili che si beccano palottole indirettamente o che saltano su mine, ma molti sono anche vittime dell’ignoranza. Nel calendario persiano da loro utilizzato l’anno corrente corrisponde al 1391.  Se pensiamo alla storia del nostro Paese il 14 secolo corrisponde al Medioevo. Ed è proprio questa è l’impressione che ho quando vedo arrivare i pazienti con i parenti, quando sento le loro storie, quando incrocio i loro sguardi, quando sento che non si fidano di noi, quando decidono di portare i loro familiari in altri ospedali in Pakistan o dagli stregoni, quando pretendono senza ringraziare, quando non si prendono cura dei loro cari, quando insegni loro qualcosa e vedi disinteresse nei loro occhi, quando considerano le donne solo uno strumento per avere figli e curare la casa, quando dimostrano distacco affettivo, quando a decidere è la famiglia e non il singolo.
In realtà niente di nuovo.  E allora non li giustifico, ma li comprendo.
Questo è l’Afghanistan che ho conosciuto in questi mesi. Impermeato anche di qualche “Tashakor”, cioè grazie, di qualche sorriso, di qualche sretta di mano, di qualche soddisfazione terapeutica, ma soprattutto del grande lavoro e della dedizione dello staff internazionale: medici, infermieri, parte amministrativa e logistica. Una grande famiglia per far “funzionare” questo ospedale dove i soli ad avere un titolo di studio sono i 4 medici; tutti gli altri hanno le scuole di base e a volte nemmeno quelle.
Nonostante tutto questo credo in un futuro migliore per loro, meno violento, dettato solo dall’istruzione e dall’apertura verso un mondo che loro rifiutano, ma che esiste, e che è il 2012.
Il futuro è “Giorgia”. Una bimba prematura che è stata fatta nascere dalla pancia della mamma colpita dalle schegge di una bomba. Nel link potete leggere le sua storia.
http://www.emergency.it/afghanistan/da-lashkar-gah-rigidul-e-giorgia-settembre-2012.html
Vi abbraccio tutti.

Lara




  1. 1 Nico 9-20-2012

    Fantastico !

  2. 2 Sabrina 9-25-2012

    Conosco Lara e so che ragazza dinamica e determinata è, aver lasciato un posto sicuro, i suoi amici.. la sua casa..
    “casa”.. la sua casa l’ha scelta, è vicino a chi sta male, a chi soffre a chi è vittima di guerre..
    Grande Lara, la mia stima per te continua. Grazie a tutti i volontari di “EMERGENCY” che come te danno tutta la loro competenza e la loro umanità  non solo per aiutare ma anche “insegnare” a sopravvivere in un mondo dove l’amore è sempre sovrastato dall’ignoranza e la violenza. Vi abbraccio tutti e di nuovo un grazie a tutti voi!

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