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  |   Pubblicato in Attività  in Comune and Gazzettino  |2 commenti    |   Invia per e-mail questo post Invia per e-mail questo post

Le zone industriali nascono in un contesto storico che vedeva le città  del nord in grande espansione economica, ove la crescita urbanistica poneva sempre più stringente il problema della compatibilità  delle attività  industriali con la vita urbana.
L’assetto territoriale promosse la “Zona Industriale”, a Padova come altrove,  non solo per far crescere la Produzione in senso stretto (elemento, all’epoca, fondante una sana economia) ma anche per portare lavoro a ridosso della Città , per portare l’attività  di industria, spesso connotata da rischi ambientali e problemi logistici, al di fuori del perimetro urbano dell’epoca, liberando ampie zone cittadine da industrie che ponevano seri problemi di espansione e di salubrità .
A Padova non si è voluto capire o accettare che la struttura economica mondiale si stesse trasformando. Così, mentre l’industria produttiva ITALIANA trasferiva all’estero la parte meno nobile dell’attività , la Zona Industriale, a Padova come altrove, iniziava la propria decadenza. Le considerazioni che seguono riguardano la mia presa di posizione contro una recente deliberazione del Comune di Padova, che in modo insensato differenzia la ZIP in due zone: Nord, a vocazione direzionale e conseguente cambiamento d’uso; Sud, a vocazione industriale!

C’era una volta la zona industriale di Padova. Oggi non c’è più. La ZIP infatti, con buona pace di chi non vuol vedere, non è più manifatturiera: su 1124 aziende, l’80% non svolge tale attività .
Alcuni operatori, anche in tempi recenti, hanno trasformato capannoni per la manifattura in nuovi edifici (solo di nome) artigianali, ma di fatto adibiti ad attività  commerciale e direzionale.
Ci si lamenta pertanto della “speculazione” in atto (citando espressamente il Centro Ingrosso Cina, già  Officine Meccaniche Stanga, ma anche altri), tramite la quale alla “forzata” chiusura di aziende manifatturiere si segue con costruzione di edifici artigianali di diritto ma direzionali e commerciali di fatto.
Si cade nell’equivoco secondo cui le industrie manifatturiere vengono chiuse per effettuare speculazioni urbanistiche. Non è questo il nesso causa/effetto!
àˆ evidente invece che questa autonoma conversione risponde a logiche di mercato che è illusorio e pretenzioso voler modificare “per legge”.
Quanto avviene è determinato dalla progressiva deindustrializzazione non solo italiana ma anche europea e americana, dalla necessità  di riformare l’economia (anche padovana) sulla matrice di un’industria che in Italia progetta, coordina, sviluppa, ma produce materialmente altrove. Su un’economia industriale che necessita anche di servizi di consulenza di terzi, di progettazione, direzione, di strumenti commerciali dinamici per poter ottenere risultati anche sul territorio. Cioè quelle attività  che il Comune vorrebbe, mediante evocate modifiche al PAT e al PATI, concentrare nella ZIP Nord, e non si capisce perché.
La verità  è che l’unica vera speculazione in atto è il mancato rispetto degli standard urbanistici a parcheggio, ove si applica il 20% della superficie coperta per l’artigianale, quando poi l’intensivo uso ad “uffici” abbisognerebbe, come previsto da PRG, dell’80%! In questo modo si sfrutta un territorio creando problemi per il futuro della sua fruizione ordinata ed efficiente.
Ma sul fatto che sia necessaria almeno una parziale conversione della ZIP, penso sia di chiara evidenza.
La logica vorrebbe, nel migliore spirito di libertà  economica, che la scelta fosse lasciata agli operatori economici, che in materia ne sanno certo più del Comune. Obbligandoli al rispetto degli standard urbanistici, ovviamente.
Ma se invece si vuole individuare aprioristicamente la localizzazione di queste nuove realtà  commerciale/servizi, cosa che qui si contesta comunque, lo si faccia secondo criteri intelligenti: si classifichi non tanto una ZIP NORD (peraltro storicamente solo manifatturiera) e una ZIP SUD (peraltro realizzata mentre contemporaneamente si “allargava”, nel 1969, la ZIP ad attività  commerciali e a servizi!!!), ma una serie di strade, quelle dorsali adatte ad ospitare diverse iniziative, che possano essere dedicate agli istituti di credito, a palestre, agli asili nido, a servizi di ristorazione, a studi professionali, dai commercialisti ai progettisti, dagli architetti o i designer ai notai, dai consulenti aziendali ai consulenti del lavoro, a tutta quella serie di servizi all’impresa che possono fare della ZIP un mosaico di professionalità  e attività  a beneficio delle imprese della ZIP, dei suoi ospiti e dei suoi lavoratori. Liberando nel contempo il centro storico dall’assedio del traffico per il lavoro negli uffici, avvicinando le attività  professionali all’impresa, migliorando la vita di 27000 lavoratori e di quasi altrettanti fruitori della ZIP.
Se di progetto si parla, posso anche indicare le strade: Strada Prima, Via dell’Industria, Viale della Navigazione Interna, sicuramente anche Corso Brasile/Corso Stati Uniti e via Lisbona/via Messico.
Queste strade, e soprattutto le ultime (in ZIP SUD), sono nel cuore della ZIP, agevolmente percorribili, perfette per insediamenti commerciali/direzionali. Si pretenda il rispetto degli standard a parcheggio e non si accampino ragioni anti-speculative per rifiutare questa idea, perché se dotate di adeguati parcheggi le conversioni nulla hanno di speculativo, ma sono solo promozioni del futuro benessere dell’economia e dei cittadini padovani.
Si promuova la costituzione di una nuova ZIP che sia Mosaico Imprenditoriale e Professionale, “MIP”, si sappia progettare il futuro come negli anni ’50 seppe fare il Comune di Padova. Si abbia il coraggio di non nascondersi dietro pretesti di speculazione edilizia, privi di basi razionali. Anzi, la suddivisione arbitraria così come prevista dal Comune in ZIP Nord e Sud evoca, questa sì, interessi speculativi!
Purtroppo le scelte progettuali ammalate di miopia non sono una novità  per Padova, come il macello di Corso Australia, un progetto di sicuro valore architettonico, ma fallimentare sul piano progettuale: un vero e proprio macello! Per non parlare dell’Auditorium!




  1. 1 GF Danti 9-26-2008

    Caro Giampiero
    ho letto le tue considerazioni, e debbo convenire, perchè ne sono perfettamente d’accordo, che è vero che le nostre vecchie industrie manufatturiere sono state debellate, fatte chiudere, mandate al macero, da una classe politica di DEBOSCIATI. Le onseguenze di tuttio ciò lo vediamo perfettamente oggi, con la crisi della finanza americana. Non sono le trovate della finanaza creativa, il gioco di borsa, o gli arricchimenti sulla speculazione finanziaria a dare alle nazioni un futuro. La Cina si ingrassa, ed i “coglioni” europei ed occidentali in genere sono sul fallimento. Sono e resto convinto che solo l’investimento sul LAVORO e sulla MANIFATTURA arricchisce un popolo ed una Nazioe. Ciao. Gianfranco Danti.

  2. 2 Giampiero 9-26-2008

    Caro Gianfranco,
    purtroppo la situazione attuale è figlia di una visione politica miope (per usare un eufemismo)! Gli esempi sono tantissimi, a Padova come in tutta Italia: il Sud volle copiare l’industrializzazione del nord invece di sfruttare competenze e risorse diverse e più consoni. Il cosentino Mancini, allora ministro per il mezzogiorno, si adoperò non poco per il centro siderurgico di Gioia Tauro, che si rivelò un progetto fallimentare e uno scempio ambientale! L’autostrada del Sole fu subito insufficiente e ancora oggi è l’esempio di come riusciamo ad essere arretrati nelle infrastrutture. In Veneto sono stati costruiti ospedali fotocopia ogni 10 Km… ed oggi paghiamo le conseguenze di quegli sprechi. Siamo dipendenti in tutto e per tutto per le fonti energetiche, invece di avere il coraggio di proseguire con il nucleare…. nel dopoguerra emigravano i nostri padri per combattere la miseria e oggi costringiamo a emigrare i nostri figli migliori per la miseria di opportunità ! Bisogna recuperare quel senso di civiltà  che ci ha resi grandi nel mondo!

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