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“Il cason” è la tipica abitazione dei pescatori della laguna di Caorle, tanto amata da Ernest Hemingway (ne parla nel romanzo “Di là  dal fiume e tra gli alberi”.) Si tratta di esempi di architettura ancestrale, caratterizzata da un disegno di particolare semplicità , ma al tempo stesso da una rustica funzionalità  e soprattutto dall’impiego di materiali da costruzione tratti direttamente dall’ambiente lagunare e sottoposti a lavorazioni elementari. Fin dalle lontane origini, che si presume possano risalire al Neolitico, i casoni erano adibiti ad abitazione permanente di famiglie dedite all’attività  di pesca. Riporto l’articolo pubblicato su La Nuova Venezia, dal titolo: “Chi sono i padroni dei Casoni di Caorle?” a firma di Antonio Zanon, collega medico chirurgo vascolare dell’Università  di Padova e Assessore ai Lavori pubblici demanio e patrimonio del Comune di Caorle.

I pescatori di Caorle hanno vissuto per secoli grazie ai casoni in simbiosi con le acque della laguna. La prima vera ferita a queste spontanee costruzioni lagunari venne inferta verso la fine del 1700 proprio da Venezia che, a corto di soldi, decise di vendere prebende nobiliari e territori vallivi. D’accordo per i nuovi Nobil Homeni, peccato però che le valli da pesca e le paludi di Caorle da secoli immemorabili appartenessero alla comunità  dei pescatori. Certamente non c’era un catasto e di sicuro la trasmissione in eredità  dei casoni non passava dal notaio, ma era certo e fuori da ogni disputa che ogni pescatore si sentiva assolutamente padrone del suo casone.
Un proprietario certo: solo così si potranno salvare i casoni. Nessuno sa di chi sono, ecco perché le capanne da pesca di Caorle vanno in rovina.
Il secondo colpo alla sopravvivenza dei casoni venne dato dallo Stato italiano, prima con la bonifica poi con la burocrazia. Con la bonifica
numerosi casoni vennero sacrificati. Si salvarono solo quelli lungo le rive del fiume Lemene e alcuni a ridosso di canali e isolotti. La burocrazia del nuovo Stato inoltre si calò sui casoni, attraverso le proprie articolazioni, come un falco sulla preda: ministeri, demanio marittimo, demanio dello Stato, catasto, genio civile, Capitaneria di porto, finanza di mare, settori servizi
urbanistici e tecnici, assessorati regionali, provinciali, consorzi di bonifica e chiedo scusa a quant’altri ho dimenticato.
Il terzo colpo mortale all’anima vera dei casoni arriva dalla evoluzione dell’arte della pesca. Con la possibilità  di armare le barche con motori a scoppio, i pescatori di Caorle cominciarono ad abbandonare la laguna per spingersi nel mare Adriatico. I casoni non sono più il supporto essenziale alla la pesca e comincia così la loro trasformazione:il possesso viene diviso in quote tra gli eredi, alcuni sono venduti “sul tovagliolo” ad appassionati della vita in laguna, altri trasformati in ritrovo per la famiglia e per gli amici, fino a diventare punti di aggregazione per turisti.
Tutto questo col passare del tempo ha comportato la necessità  fisica di costruire, anche se in modo ben mascherato dalle canne palustri, servizi igienici, barbecue e, considerata la inequivocabile vocazione valliva dei casoni, anche dei piccoli pontili con annesse cavane. Sà lvati cielo. Denunce, indagini, uffici urbanistici e tecnici, competenze statali, regionali,consorziali, militari, ambientalistiche, magistratura,sequestri, demolizioni, guardie forestali. Risultato: quello che era un patrimonio spontaneo della cultura e tradizione della gente di Caorle rischia di essere per sempre irrimediabilmente perduto. Quello che era un singolare biglietto da visita per i turisti oggi viene quasi nascosto per il suo degrado. Quello che poteva diventare un legittimo strumento di sviluppo economico familiare viene inesorabilmente mortificato.Tuttavia nel corso degli anni su questa dolorosa situazione e sulle possibilità  di soluzione è stato detto tutto e il
contrario di tutto. Sull’argomento sono intervenuti politici, avvocati, storici, amministratori e supertecnici, scivolando subito sulle sabbie mobili delle dirigenze e delle competenze. Senza contare poi che, rappresentando la problematica casoni un boccone ghiotto per fare bella figura politica, ciascun adetto ai lavori ha cercato di arrivare per primo per prendersi i meriti dovuti. In conclusione, siamo fermi al punto di partenza. Credo che per far rivivere i casoni nella loro dimensione naturale e familiare sia necessario procedere con la massima umiltà  e semplicità  ma con determinazione in un percorso a ritroso. Bisognerebbe che, una volta individuata l’entità  statale nella quale è confluita la proprietà  dei casoni, perché di questo purtroppo si sta ancora discutendo, questa trasferisse proprietà  e competenze alla Regione Veneto. Bisognerebbe che la Regione, con una legge propria o interpretando modernamente quelle già  esistenti, trasferisse proprietà  e competenze al Comune di Caorle. Bisognerebbe che il Comune di Caorle o meglio la comunità  di Caorle, finalmente ritornata in possesso di un bene che per millenni già  le apparteneva,elaborasse delle regole. Non si capisce perché anche Caorle, come da secoli alcune comunità  montane, non possa dotarsi di {regole} per far ritornare al loro naturale ciclo di vita casoni e cavane con sicuro buon giovamento anche del paesaggio. Per la verità  su questo filone, cioè per portare a Caorle proprietà , possesso, competenze e regole sui casoni, già  da tempo il governatore Giancarlo Galan e il sindaco di Caorle Marco Sarto stanno lavorando. C’è da augurarsi che il loro lavoro, con la buona volontà  di tutti, arrivi presto a buon fine.

(Immagine da: www.parcolagunare.it )




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