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  |   Pubblicato in Il Giornale and Politica  |1 commento   |   Invia per e-mail questo post Invia per e-mail questo post

Giuliano Ferrara scrive l’editoriale de Il Gionale di oggi domenica 6 febbraio 2011, dal titolo: “Se anche gli imprenditori sono in balìa di una donna”A proposito de Il Giornale, da lunedi 7 febbraio fino a giovedi giorno 10 febbraio e a seguire sempre dal lunedi al giovedi fino a conclusione dell’iniziativa, con il quotidiano saranno dati in omaggio 19 fascicoli “Italia Unita. Il Risorgimento e le sue storie”, per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia. E’ un’opera di Gianluca Formichi (tra l’altro fratello di Marco, mio carissimo amico e collega) che illustra l’alba della nostra storia unitaria.

Ma di che si occupa la Confindustria? Berlusconi, provvisoriamente sottrattosi al suo mestiere di imputato, dice che bisogna dare una frustata mai vista prima al cavallo dell’economia, con un piano per il Sud e per la casa, deregolamentazioni e liberalizzazioni, una riforma costituzionale. Ed Emma, che fa?Emma Marcegaglia è simpatica, di buone maniere e tutt’altro che sprovveduta. Quando progettavano di eleggerla capo di Confindustria, dopo Montezemolo, dissi (e scrissi): che errore. Mi sembrava che alla testa degli imprenditori associati ci volesse un tipo o una tipa alla Marchionne, il manager che ha portato la Fiom a escludersi da Mirafiori firmando con chi ci stava un contratto il cui scopo è liberare la dialettica sociale in fabbrica, aumentare i salari e la produttività del lavoro (e i profitti e gli investimenti e tutto il resto). Come al solito non mi hanno ascoltato: io sono l’uomo meno ascoltato d’Italia, si vede che non mi so spiegare. Ma il risultato, mi spiace, è questo: Marcegaglia è al termine del suo doppio mandato e la Fiat è fuori da Confindustria, pare perfino che stia per trasferirsi a Detroit, la crescita del Paese è allo 0,8 per cento, abbiamo vissuto per un anno e mezzo di cassa integrazione (benone, ma non è proprio una bonanza per il lavoro e lo sviluppo).
Immagino che il cruccio degli imprenditori sia il divario tra la nostra crescita e quella tedesca. Lo spero, almeno. Noi siamo, appunto, a più 0,8 per cento, i tedeschi sul 3,6 per cento. È vero che i crucchi non hanno il nostro elefantiaco debito pubblico. È vero che il loro miracolo, il Wirtschaftswunder, dipende anche da fattori nazionali irripetibili ed è insidiato da difetti rilevanti, ma il nostro ristagno continua penosamente da molti anni; e quando non cresce l’economia non si investe, non si attirano investimenti dal mondo, non si crea lavoro qualificato, non si fanno profitti, non si ingaggia il Sud in un progetto in cui ci sia anche il lavoro qualificato per i giovani, non si pagano salari adeguati, non si consuma, non si fa ricerca, non si innova e il debito pubblico, tra gli altri mille lacci, fa la sua brava parte nel soffocare lo sviluppo e la creazione di ricchezza. E, oltretutto, cresce inesorabilmente e autorizza gli autorevoli parrucconi della prima Repubblica, e sulla loro scia mezzo Pd veltroniano, a progettare il colpo gobbo di una bella patrimoniale. Di questo bilancio insostenibile il governo, che pure ha tenuto i conti in ordine e ha fatto un terzetto di riforme da sballo (pensioni, università e federalismo), si è accorto. Marcegaglia no.
La settimana che ci lasciamo alle spalle si era aperta lunedì con la proposta di un piano nazionale per la crescita da parte di un imprenditore che è alla guida del governo, e si è chiusa venerdì con la cancelliera del miracolo tedesco che ha imbastito a Bruxelles il nuovo pensiero sullo sviluppo in Europa, chiedendo a tutti di conformarsi al ciclo virtuoso che unisce un bel pezzo dell’area dell’euro al centro-nord italiano, con le sue regioni bavaresi. A marzo in Europa si decidono nuove regole: o saranno affrontate con una poderosa spinta all’aumento del Prodotto interno lordo, la famosa frustata, oppure dovremo subire nuove tasse e una stretta che il cavallo lo ammazza. A parte una timida e formale dichiarazione, in questi sette giorni la Marcegaglia si è distratta, e adesso tira fuori dal cappello il coniglio di una polemica, non del tutto campata per aria ma periferica, sulla festa con i pasticcini per i centocinquant’anni dell’Unità italiana. Lavoro, guadagno, spendo, pretendo: siamo pieni di comprensione, l’imprenditore medio non vuole offrire un pranzo gratis a Garibaldi e Cavour, ma quand’è che Confindustria torna a essere una grande lobby capace di influire sull’andamento dell’economia, magari con l’ambizione di dare una mano al rilancio italiano?
Riassumendo. Secondo Berlusconi bisogna agire per portare l’incremento della ricchezza al 3-4 per cento in cinque anni. Mi dicono che nel governo c’è chi ride della cosa e che il Cav si è già messo paura della propria audacia: ma, se si irride un obiettivo così evidentemente necessario, e per giunta possibile, è meglio affidare il Paese a Giuliano Amato e a Pellegrino Capaldo, impazienti di mettere le mani in tasca ai ceti medi e di porre una bella ipoteca di Stato sulle loro abitazioni. Sia come sia, questo obiettivo di crescita la Confindustria lo condivide? È interessata agli stati generali dell’economia promessi e promossi da Berlusconi entro la fine di febbraio? Piace agli imprenditori edili il piano casa il cui obiettivo è di attivare cinquanta miliardi di euro di investimenti? Gli imprenditori del Sud, che si sono associati con coraggio alla campagna contro le mafie e per la sicurezza fatta dal governo e da Maroni, non sarebbero contenti di raccoglierne i frutti? Deregolamentare l’economia con una riforma costituzionale che elimini la parte sovietica della Costituzione non è interesse generale e anche interesse dei buoni borghesi del XXI secolo? La Confindustria è un’associazione per lo sviluppo di un capitalismo liberale di mercato o è diventata un pigro centro di spesa improduttiva e di mediazione corporativa? Secondo me gli imprenditori che pagano le quote e lavorano nelle loro aziende questa domanda se la fanno. E la risposta?




  1. 1 Perla 2-8-2011

    Francamente non mi è molto chiaro cosa abbia voluto dire Giuliano Ferrara nel suo articolo. A prima vista potrebbe sembrare una critica alle donne e al ruolo che rivestono oggi all’interno della società . Forse le vorrebbe rimandare tutte a casa a rammendare calzini? Questa è l’ impressione che si ha leggendo l’editoriale, a cominciare dal titolo, “se anche gli imprenditori sono in balìa di una donna”. Chi altri lo è? Si riferisce forse ai politici e, in particolare, al nostro presidente del Consiglio? O vuole insinuare che gli uomini, in quanto tali, sono incapaci di produrre pensieri ed azioni autonomi?
    Può anche darsi che Ferrara ce l’ abbia con la Germania, visto l’ appellativo poco rispettoso che utilizza per definire i tedeschi (“crucchi”). E che cosa intende esattamente quando parla di “Wirtschaftswunder”? Il lemma “Wunder” in tedesco non indica esclusivamente un evento riconducibile ad un intervento soprannaturale o divino, un miracolo quindi, ma ha un’ accezione più ampia. E’ anche sinonimo di meraviglia, splendore, sorpresa. Infatti, lo straordinario sviluppo economico che caratterizza la Germania di questi anni è soprattutto frutto di una gestione oculata e rigorosa della politica economica da parte della cancelliera Merkel (una donna!) e del suo governo.
    E’ possibile che Ferrara abbia voluto semplicemente fare riflettere gli imprenditori sulla necessità  o meno di appoggiare le manovre economiche proposte o messe in atto dal nostro governo. Mi pare superfluo. Sono convinta che nessun imprenditore pensi che tassare ulteriormente il ceto medio oppure il patrimonio, immobiliare e non, fornisca la soluzione dei problemi.
    Per quanto riguarda, infine, la festa nazionale del 17 marzo, sono convinta che si debba fare! Non credo possa compromettere nessun piano per il rilancio economico, considerato anche che quest’anno le festività  coincidono quasi tutte con giorni non lavorativi.

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