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Pubblico l’articolo di Aldo Comello per Il Mattino di Padova, lunedi 23 maggio 2011. Giovannella Baggio si è specializzata in Endocrinologia a Pavia e Medicina interna a Padova. Due anni come ricercatore a Heidelberg, poi diventa associato di Geriatria a Pavia, a Padova e Ordinario di Medicina interna a Sassari. Dal ‘99 è Direttore dell’Unità operativa complessa di Medicina generale (Azienda ospedaliera, Padova) e dal 2009 fondatore del Centro studi Medicina di Genere. (Piccola nota: “ricercatore” “associato” “Ordinario” “Direttore” “fondatore” sono coniugati al maschile -ndr-)

Giovannella Baggio è Direttore dell’Unità Operativa complessa di Medicina generale all’Azienda ospedaliera di Padova e presidente del Centro studi nazionale su Salute e Medicina di genere. «Il mio problema dice è se il paziente uomo e la paziente donna che soffrono delle stesse malattie – scompenso cardiaco o fibrillazione atriale, cirrosi epatica o bronchite cronica – vadano curati nello stesso modo. Non lo sappiamo». Cosa s’intende con questa definizione più da sociologo che da medico?
«E’ una nuova dimensione della medicina che studia l’influenza del sesso e del genere su fisiologia, fisiopatologia e patologia. Nasce dall’osservazione che la maggior parte della ricerca è stata condotta sull’uomo e le terapie vengono traslate alla donna, quasi che l’uomo fosse il “normale” del genere umano».
Facciamo degli esempi.
«La malattia che nell’occidente provoca il 50% delle morti è quella cardiovascolare (infarti, ictus, aneurismi). La maggior parte dei lavori epidemiologici sono stati condotti sugli uomini. Ma per quanto riguarda la prevenzione primaria, la cosiddetta aspirinetta, caposaldo della prevenzione dell’infarto, nella donna non funziona. E d’altra parte un importante lavoro su fattori di rischio e prevenzione delle malattie cardiovascolari, il Phisicians’ health study of aspirin and Cvd, ha visto 22.071 arruolati, nessuna donna; un altro screening di massa del 1986 (Mrfit) è stato effettuato su 355.222 uomini e nessuna donna. La conseguenza è che nella donna queste malattie non sono diminuite come nell’uomo negli ultimi trent’anni. Anche la sintomatologia a volte è diversa: in caso di problemi alle coronarie il tipico dolore e pressione al petto compare nella donna in uno stadio molto avanzato mentre si registrano difficoltà di respiro senza dolore toracico, dolore nell’alta regione dorsale, alle spalle, alla mascella, sudorazione fredda e vomito, affaticamento che può far pensare ad una sindrome da fatica cronica o virosi. Ma il delta sintomatologico che dovrebbe indurre differenze anche sul piano della terapia è destinato ad allargarsi: il diabete è molto più cattivo nella donna, provoca infarti tre volte di più che nell’uomo; l’infiammazione causa aterosclerosi nella donna più che nell’uomo. D’altra parte sono cruciali le differenze anatomiche e elettrofisiologiche: la frequenza cardiaca è più veloce nella donna anche nelle ore di sonno; il cervello dell’uomo è più grande e ha più cellule, ma quello della donna ha più connessioni intracellulari. La donna, infatti, è in grado di fare più cose contemporaneamente, l’uomo tende a concentrarsi su un unico obiettivo; nella donna si ammalano di più i piccoli vasi dell’albero coronarico; nell’uomo, i grossi vasi. Così i sintomi d’infarto possono essere molto differenti nella donna e nell’uomo. Ciò accade in molti campi: il cancro del polmone nella donna è prevalentemente in periferia e quindi causa meno sintomi».
Tutto questo può far pensare ad una maggiore vulnerabilità della donna esacerbata dal fatto che protocolli sanitari e terapie farmaceutiche sono tarate sull’uomo. Ma come si spiega che la vita media della donna è più lunga?
«Per le donne c’è una speranza di vita più elevata, ma gli anni in più di esistenza sono, nella maggior parte dei casi, caratterizzati da patologie e disabilità. C’è un elemento biologico che fa la differenza: gli estrogeni hanno un’influenza positiva sull’endotelio e, quindi, nei primi 50 annidi vita la parte vascolare nella donna è meno vulnerabile. Con la menopausa e la perdita di questo «scudo» estrogenico crescono i fattori di rischio, le donne, infatti, sviluppano la cardiopatia ischemica 10 anni dopo gli uomini».
Nei trapianti d’organo ha un peso la differenza di genere?
«Il donatore/donatrice sono considerati uguali per il ricevente. Ma in letteratura va chiarendo che l’incrocio dei sessi nei trapianti poterebbe avere risultati meno buoni rispetto ai trapianti all’interno dello stesso sesso».
Che cosa bisogna fare per attivare un circolo virtuoso di pari opportunità sanitarie? «Bisogna capire che cos’è la Medicina di genere. Non studia le malattie che colpiscono prevalentemente le donne, ma è la scienza che studia l’influenza del sesso e del genere sulla fisiologia, fisiopatologia e clinica di tutte le malattie per giungere a decisioni terapeutiche basate sull’evidenza sia nell’uomo che nella donna. All’estero ci sono istituti di Medicina di Genere a Stoccolma, Berlino, Vienna. Qui è necessario uno sforzo che accenda attenzione e incrementi la ricerca. Anche in campo farmacologico è d’obbligo una virata: molti farmaci hanno azioni diverse nell’uomo e nella donna. Inoltre, i farmaci cardiologici, soprattutto per la pressione, hanno più effetti indesiderati nella donna che nell’uomo. Gli studi sulla donna si sono concentrati soprattutto sull’apparato riproduttivo e sul seno. Invece rimangono aperti molti problemi. Domanda fondamentale è: come vanno trattate le donne nella prevenzione primaria e secondaria della malattia cardiovascolare, prima causa di disabilità e morte? Devono essere trattate precocemente, con aggressività e un intervento globale. Attendiamo però che la ricerca indichi se dovremo differenziare tra uomo e donna i livelli di allarme di colesterolo, pressione arteriosa, glicemia, fumo di sigaretta, e anche l’eventuale utilizzo di molecole».
L’Azienda ospedaliera ha annunciato la fondazione di un Centro studi su Salute e Medicina di genere da lei presieduto.
«Sì e si è anche costituito un team di specialisti. Daria Minucci, Mario Plebani, Mauro Bussolotto, Silvana Bortolami, Adriano Cestrone, Andrea Peracino, Emanuela Folco, Rodolfo Paoletti. Il centro sarà un motore per attivare interesse, diffondere conoscenze e stimolare la ricerca. Nel 2010 si è svolto a Padova il 20 congresso sulla Medicina di genere: uno degli obiettivi è creare una rete nazionale tra i gruppi che si impegnano per rinnovare i percorsi scientifici e clinici in comune ai due generi».




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